Un cattedra e dieci milioni di dollari. Il Canada premia lo scienziato (napoletano) della Cannabis

Martedì, 9 agosto 2016

Cristian Fuschetto

Pubblicato in Campania della Conoscenza

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Una cattedra presso une delle migliori università del paese e 10 milioni di dollari per continuare le sue ricerche. Il paese in questione è il Canada, lo scienziato èVincenzo Di Marzo. Nessun “cervello in fuga”, per carità, meglio dirlo subito: Di Marzo è e rimane direttore dell’Istituto di Chimica Biomolecolare del Cnr a Napoli. Solo un caso, se così si può dire, un ulteriore caso di cervello italiano (e campano) valorizzato all’estero con mezzi che difficilmente si riuscirebbe a metter su da queste parti.
Ma torniamo alla notizia: il governo canadese assegnato al ricercatore napoletano una “Canada Excellence Research Chair” presso l’Università Laval di Quebec e una borsa di 10 milioni di dollari per finanziare la sua ricerca dedicata allo studio della relazione tra il sistema endocannabinoide del cervello, responsabile dei segnali neurochimici come appetito, umore e memoria, e la salute metabolica. A spiegare le ragioni di una scelta che nella sua ragionevolezza rischia di essere spiazzante è il ministro per la scienza canadese Kirsty Duncan: “Vincenzo Di Marzo è un leader mondiale nella chimica biomolecolare e il Governo è orgoglioso di sostenere la sua attività di ricerca, che un giorno potrà alleviare le sofferenze di persone colpite da disturbi metabolici, come l’obesità e il diabete di tipo 2, in Canada e in tutto il mondo”.

Autore di quasi 600 articoli pubblicati su riviste scientifiche “peer-reviewed”, professore aggiunto presso il Dipartimento di Farmacologia e Tossicologia del Medical College of Virginia (Usa) e professore onorario presso la Buckingham University (Regno Unito), Di Marzo è da anni puntualmente nelle “Top Scientist” nel campo “Pharmacology and Toxicology”. La nuova edizione di “The World Most Influential Scientific Minds 2015” (Thomson Reuters), studio che riporta il panorama dei 3100 ricercatori più citati nel periodo 2003-2013 fra i circa 9 milioni di scienziati attivi al mondo, lo segnala per esempio tra i top five del suo settore. Per la cronaca, gli italiani citati sono in tutto 44 e meno di una decina lavorano al Sud. I campani sono tre, oltre a Di Marzo ci sono due ingegneri dell’Università di Salerno, Giovanni Petrone e Giovanni Spagnuolo. A livello europeo, poi, Di Marzo è il 2° scienziato più influente nella ricerca Farmacologia il 7° in “Basic Neurosciences” secondo una ricerca effettuata da Boyack.
Perché tutta questa “influenza”? Perché non c’è nessuno al mondo che padroneggi come lui la farmacologia degli endocannabinoidi. Del resto, se è stato lui ad aver coniato l’espressione “endocannabinoidi” e se oggi questa espressione è condivisa dall’intera comunità scientifica, qualcosa vorrà pur dire. Gli endocannabinoidi sono molecole molto utili perché funzionano da segnali endogeni in grado di attivare i recettori per i cannabinoidi, ovvero per il “celebre” Thc, il componente psicotropo della marijuana e di altri preparati da cannabis. In pratica è grazie a queste molecole se il nostro organismo può contare su un sistema biochimico di segnali diretti a ristabilire un equilibrio “on demand” in caso di perturbazioni fisiologiche o patologiche. In altre parole, si pensa che il sistema endocannabinoide possegga un modo di azione “a richiesta”: solo dove e quando vi è necessità, esso viene attivato per contribuire a determinate funzioni fisiologiche (o fisiopatologiche), per essere poi rapidamente inattivato. Tra le funzioni e gli effetti del sistema endocannabinoide finora identificati da Di Marzo, solo per citarne alcuni, vi sono il ruolo del sistema endocannabinoide nel differenziamento muscolare e, da ultimo, nel controllo dell’appetito e del metabolismo.

Una delle ultime ricerche riguarda il filone legato ai disturbi metabolici e all’obesità, quello che gli è valso il riconoscimento del governo canadese. Con una ricerca pubblicata su PNAS Di Marzo ha dimostrato quello che sembrava essere solo un luogo comune, e cioè che “l’appetito vien mangiando”. Quando abbiamo fame cala il livello dell’ormone leptina (il freno della fame) mentre nell’ipotalamo sale quello di un endocannabonoide, il 2-AG.
Che gli endocannabinoidi stimolassero l’appetito era già noto da tempo, quel che non si sapeva fino a questa ricerca era il ruolo della cosiddetta orexina-A, una piccola molecola di appena 33 amminoacidi che promuove la veglia e il comportamento attentivo-cognitivo di allerta. E’ emerso che la orexina-A è un potente induttore della sintesi del 2-AG che, a sua volta, attiva il recettore CB1 del sistema endocannabinoide nei neuroni Pomc dell’ipotalamo, spegnendo così la produzione di un altro ormone che blocca la fame. Ora, se in situazioni normali questo meccanismo assicura un corretto apporto di energia durante la veglia, nei casi di obesità e di malfuzionamento della leptina si innesca un circolo vizioso per cui il cervello non riesce a più a spegnere il senso di fame. Grazie a questo studio diventa plausibile individuare nei recettori dell’orexina-A degli ottimi bersagli farmacologici da bloccare per combattere l’obesità. Considerati i costi sanitari e sociali legati alla sedentarietà e agli allarmanti tassi di obesità presenti in Europa e in Nord America non stupisce l’“investimento” del Canada sulI’Istituto di Chimica Biomolecolare del Cnr a Napoli.
Una nota a margine. Di Marzo ha riconoscimenti e cattedre in tutto il mondo ma in Italia, per ora, ha solo l’abilitazione nazionale come professore Ordinario di Farmacologia, Farmacologia Clinica e Farmacognosia. Come dire, l’accademia lo giudica “idoneo” (e ci mancherebbe) a essere ordinario. Ci chiediamo sommessamente: ma per uno così non si dovrebbero fare le corse per averlo in “ruolo”?

http://ildenaro.it/futura/campania-della-conoscenza/131-campania-della-conoscenza/73184/un-cattedra-e-dieci-milioni-di-dollari-il-canada-premia-lo-scienziato-napoletano-della-cannabis

Study: Frequent Marijuana Consumers Not More Likely To Access Health Care Services

by Paul Armentano,

NORML Deputy DirectorAugust 9, 2016

 

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Marijuana consumers do not access health care services at rates that are higher than non-users, according to data published online ahead of print in the European Journal of Internal Medicine.

Researchers at the Medical College of Wisconsin assessed the relationship between marijuana use and health care utilization in a nationally representative sample of 174,159,864 US adults aged 18 to 59 years old.

Authors reported “no significant increase in outpatient health care visits and overnight hospital admissions in marijuana users compared to non-users.” They also reported that those who consumed cannabis multiple times per day were no more likely to seek health care patient services as compared to those who used the substance less frequently.

They concluded, “[C]ontrary to popular belief, … marijuana use is not associated with increased healthcare utilization, [and] there [is] also no association between health care utilization and frequency of marijuana use.”

A previous assessment, published in 2014 in the Journal of General Internal Medicine, similarly reported that the use of marijuana within the past three months was not associated with adverse effects on health, comorbidity, ER visits, or hospitalization.

An abstract of the study, “Marijuana users do not have increased healthcare utilization: A National Health and Nutrition Examination Survey (NHANES) study,” appears here.

http://blog.norml.org/2016/08/09/study-frequent-marijuana-consumers-not-more-likely-to-access-health-care-services/?utm_source=feedburner&utm_medium=email&utm_campaign=Feed%3A+NORMLBlog+%28NORML+Blog%29